lunedì 28 novembre 2016

Alife: non solo cipolle!

PicMonkey CollagecNella Valle del Volturno, Parco regionale del Matese, sorge Alife, il cui nome è da sempre legato alla “Cipolla di Alife” oggi presidio Slow food, e della cui coltivazione se ne ha notizia, pare, fin dai tempi dei Romani.
La prima fonte di mantenimento delle popolazioni locali, per secoli è stata proprio la cipolla, in passato coltivata dalla qualsi totalità della popolazione e oggi appannaggio di poche famiglie di “cannavinari”, che tra febbraio e marzo piantano i semi, effettuando poi il raccolto ad agosto, quando una volta fatte seccare, vengono riunite intrecciandole, pronte per la vendita, e l’ideale consumo a crudo.
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Del rilancio delle coltivazioni, se ne sta occupando Alberto Sasso, a sua volta figlio di cannavinari, e produttore di un altro prodotto molto particolare, il fagiolo cera o cerato, che ha la caratteristica di avere una buccia molto sottile e non necessita di ammollo prima della cottura, questo fa si che sia molto digeribile e lo rende ideale per zuppe e pasta.E grazie all’impegno di Alberto, che ha a cuore la rinascita del suo territorio anche dal punto di vista turistico, che è stato organizzato un press tour in città, guidato dalla giornalista Maria Consiglia Izzo.
Ad Alife siamo stati accolti dal sindaco e la giunta comunale al completo    nel palazzo comunale, bell’esempio architettonico del ventennio fascista, e che ben esprime il concetto di base degli architetti del tempo: edifici progettati non  con canoni estetici ma di funzionalità, praticità e sobrietà.
Accompagnati dal prof. Gianni Parisi, storico locale abbiamo visitato alcuni dei monumenti di Alife, città ricca di natura e di storia, di cui conserva numerose testimonianze, a partire dall’ Alliphae sannita, passando per i Romani, i Longobardi, i Normanni e il Medioevo, e che rientra anche nelle tappe degli intinerari dell via Francigena del Sud , oltre ad offrire possibilità di trekking ed escursioni, lungo il “Sentiero Italia”, ripercorrendo altresì le orme degli antichi popoli di queste terre.
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Partiamo dal Mausoleo attribuito agli  Acilii Glabriones (l’attribuzione  è dovuta al canonico Gianfrancesco Trutta, ma non ha fondamento scientifico),  a pochi passi dalla casa comunale e appena fuori le mura orientali di Alife. Questo   monumento funerario dall’interno  ben conservato, nel medio evo fu addirittura usato come chiesa,  abbandonata e ripresa più volte fino al restauro definitivo del 1925, dopo che fu anche usata come deposito di paglia.PicMonkey CollageaCi spostiamo di poche centinaia di metri e giungiamo all’Anfiteatro,  probabilmente eretto in età augustea e uno dei più   grandi dell’epoca,  riscoperto grazie a delle foto aeree in cui si notava il particolare colore e sviluppo dell’erba di quel posto. Alcuni scavi nel 1987, completati poi nel 2007, hanno poi riportato alla luce parte dell’edificio, sede della locale scuola di gladiatori. L’altra parte dell’edifico è  coperta dalle costruzioni abitative attuali e non è quindi visibile.p
Il Criptoportico  Romano è il secondo monumento che vediamo, e il meglio conservato. Di età augustea, ipogeo e strutturato in tre bracci, con aperture a “bocca di lupo” probabile sostruzione di una domus ricca,  era usato per lo stoccaggio di  provviste alimentari in quanto particolarmente umido, ma anche come luogo di refrigerio estivo, o piu recentemente come cantina, nel XIX e XX secolo.PicMonkey CollagemDa qui dirigiamo verso il Museo archeologico, aperto nel 2004,  nel quale sono custoditi numerosi reperti da necropoli di  epoca sannita e romana, e i magazzini dei reperti stessi tra cui dei preziosi mosaici.E nel Museo è stato consumato un pranzo a base di semplici ma gustose specialità del posto, dalle cipolle al fagiolo cerato,  ai formaggi e all’olio delle colline locali. Artefice delle pietanze, il giovane chef Umberto Ventriglia.PicMonkey CollagelrIn menù tagliairelli e ciceri, una pasta lavorata a mano e stesa con gli avanbracci, con ceci e pancetta di maiale nero, il pancotto con salsiccia (sempre maiale nero) e friarielli, la zuppa del cannavinaro (cotta negli orci messi sulle braci) coi fagioli cerati e la cipolla, una selezione di formaggi del posto, con confettura di cipolla, vino pallagrello e birre del locale birrificio Karma, che è stata la tappa successiva del tour e dove abbiamo visto le fasi di produzione della birra.
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Penultima tappa per la visita di uno splendido presepe napoletano, opera del maestro Marcellino Angelillo.
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La lunghissima giornata si conclude con la sosta presso l’azienda agricola L’orto di Tina e Antonio”, produttrice tra l’altro del fagiolo cerato e della famosa cipolla, che abbiamo potuto ammirare anche in una parete completamente ricoperta.
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qui l’album della giornata.

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